ARTICOLO

Rapporto tra il correttore di bozze e il cliente: una storia vera

di Andareacapo

Rapporto tra correttore di bozze e cliente

Scritto da Alessia Vannini

Qualunque cosa tu abbia scritto: a mano, a macchina o al computer, che sia un libro, una tesi di laurea, un documento, un contratto, una ricerca o un diario; io sono qui per renderlo pulito, ordinato e pronto per essere presentato. A chi? Alla casa editrice dei tuoi sogni, ai tuoi lettori, al tuo relatore, al tuo cliente, ai tuoi colleghi al convegno. A chiunque. Non ci sono limiti. Ci sono solo errori da correggere. E io sono qui per questo.

5 Settembre 2022

Non c’è neanche bisogno di dirlo: i clienti non sono tutti uguali. Ci sono quelli che capiscono al volo quale sarà il tuo intervento, quelli che hanno bisogno di mille spiegazioni, quelli insicuri di tutto, quelli che hanno la mania del controllo.

E poi c’è lei, Terenzia (nome rigorosamente di fantasia) che fin da subito si è dimostrata unica.

Ma cominciamo dall’inizio.

 

Ti sblocco un ricordo

Ti sblocco un ricordo

 

Una signora, Terenzia, mi chiama per chiedermi un preventivo per la correzione di un romanzo breve che ha scritto.

Appena si è presentata, con quel nome così inconsueto, sono tornata indietro di quasi quarant’anni.

Era piena estate e io avevo quattro o cinque anni, non di più. I miei nonni abitavano a piano terra, noi al primo piano di quella che oggi definiremmo ‘villetta bifamiliare su due piani, libera su quattro lati’.

A casa loro, da qualche giorno, c’era un’ospite: la zia di mio nonno, la sorella della mia bisnonna. All’epoca avrà avuto qualcosa come 358 anni, o giù di lì.

Mi sono rivista nel piazzale davanti a casa, con due miei amici, F. e R., mentre facevamo la gara a chi conosceva più numeri. Questa signora era seduta all’ombra, su una di quelle sedie bianche di plastica. Non mi ricordo per niente il suo viso, ma ho perfettamente in mente la situazione.

Il dialogo tra me e i miei amici era più o meno questo:

F.: «Io so contare fino a 20!».

R.: «Io fino a 30!».

Io, sempre la solita: «Io anche dopo il 100!».

Oddio, in effetti, ero avanti anni luce rispetto a loro, pur avendo la stessa identica età.

F: «Facci sentire, allora!».

Io: «Certo! …99, 100, 200, 300, 400…».

Prozia: «No, Alessia. Sbagli. Dopo il 100 si conta così: 101, 102, 103, 104…».

Quel giorno imparai due cose: come si conta dopo il 100 e che, prima di parlare, è sempre bene accertarsi di sapere cosa si dice.

Ah. Indovinate come si chiamava la prozia? Terenzia.

Avevo completamente rimosso questo ricordo e anche che nella mia famiglia fosse esistita una Terenzia. Ma è bastata una telefonata per farmi avere un flashback chiarissimo.

 

Terenzia: una storia travagliata ma a lieto fine tra il correttore di bozze e il cliente

Un mesetto fa ho consegnato il testo corretto a Terenzia. Non è stato facile arrivare alla fine. E anche una volta terminato ho dovuto rimetterci le mani.

Mi spiego meglio.

Già dal primo contatto, la signora Terenzia mi era sembrata non solo esigente ma anche insicura sulla strada da percorrere e per niente ferrata sulla scelta del professionista: correttore di bozze o editor?

In poche parole era un tipo così: «Voglio una correzione, ma anche un editing. Un editing ma ‘non da cambiare tutto’. Una correzione ma più profonda. Da correggere ma poi lo edita l’editore. No, forse lo pubblico in self. Ma come devo fare se voglio fare da sola? Ma io non ho Word».

Le mando i primi due capitoli per vedere se in tutto questo caos ho capito cosa vuole. Il testo è scritto in un buonissimo italiano e la storia è molto delicata e intima, ma ha certamente bisogno di un editing, non della sola correzione, perché ci sono delle incongruenze grosse come case: gente che si chiama per nome prima di essersi presentata, ragazzine di dodici anni che parlano esattamente come gli adulti che parlano esattamente come il narratore… Insomma. C’è un po’ da fare.

Lei è entusiasta delle correzioni. Vado avanti. Finisco e consegno.

Dopo due settimane mi scrive chiedendomi di spiegarle cosa deve fare se dovesse decidere di autopubblicarsi. Le do le notizie che ho e le lascio il nominativo di una collega che potrebbe seguirla dalla A alla Z.

Passa un’altra settimana e mi riscrive per dirmi che ha guardato le correzioni (era ora, direi!) e che è molto contenta. Però c’è un problema: non ha Word. Potrei aggiornare io il file con tutte le correzioni e rimandarglielo pulito pulitissimo immacolato, pronto per essere pubblicato? Ma mandargliene anche un altro con le correzioni evidenziate di giallo così le vede bene?

Che faccio, le dico di no? Ovviamente dico che non ci sono problemi e ci metto un altro paio d’ore.

Insomma. Direi che la tariffa che le avevo preventivato (e che lei ha pagato in anticipo) è stata abbondantemente superata. Però a volte le persone devono essere rassicurate, hanno bisogno di un appoggio in più, di una pacca sulla spalla. E io non me la sono sentita di dirle: «No, il mio lavoro inizia qui e finisce lì».

Lei mi ha ringraziato tanto per il lavoro, la gentilezza e la pazienza. Poi mi ha lasciato una recensione piena di parole bellissime (la trovi nella sezione Dicono di me).

È vero: ho perso un bel po’ di tempo in più, ma ho soddisfatto qualcuno che probabilmente tornerà, quando avrà finito il libro che ha in cantiere. Spero con un po’ più di consapevolezza.

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